Occupazione femminile: solo una questione di equità?

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Dati Ocse-Eurostat: l’Italia ancora agli ultimi posti nel mondo per partecipazione delle donne al lavoro. Eppure, l’economia ha bisogno di loro

L’8 marzo, quest’anno, non c’è stato molto da festeggiare. Ocse ed Eurostat, infatti, hanno pubblicato come di consueto i dati sull’occupazione femminile: l’Italia è agli ultimi posti a livello globale e fanalino di coda dell’Unione Europea. Nel Belpaese, il tasso di disoccupazione femminile a fine 2009 era del 46,1%, contro una media europea del 58,7%. Non solo, a casa nostra le donne guadagnano meno (-20% dei colleghi maschi) e hanno meno tempo per svagarsi: il divario di tempo libero con gli uomini è di 80 minuti. In Spagna e Polonia, al secondo posto di questa triste classifica, è di 50, mentre nell’avanguardistica Norvegia, dove il tasso di occupazione femminile è superiore al 70%, questa differenza si riduce a pochi minuti.

Affari di famiglia
Certo, si dirà, questi dati rispecchiano il modello familiare tradizionale dell’Italia, basato sulla divisione dei compiti: uomini al lavoro, donne più impegnate nella cura dei figli. Peccato che questi siano sempre meno: nel nostro Paese, il tasso di fecondità (numero di figli per donna), che rappresenta la capacità di un sistema di mantenersi facendo fronte alle pensioni, è arrivato all’1,4. Nelle regioni europee in cui le donne partecipano di più al mercato del lavoro, è al di sopra del 2. Non a caso, queste sono anche le regioni dove il sostegno alla maternità è più sviluppato: mentre in Italia, negli asili nido, c’è posto per un solo bimbo su dieci, in Francia il 40% e in Norvegia il 50% della popolazione tra gli zero e i tre anni viene accolto da una struttura pubblica per la prima infanzia.
Messi in relazione con la ristagnante realtà economica italiana, questi dati fanno venire voglia di chiedersi cosa succederebbe se le donne che producono solo per la famiglia (ormai, si è visto, molto ristretta) producessero di più per il Paese. Nel loro libro a quattro mani L’Italia fatta in casa, gli economisti Alberto Lesina e Pietro Ichino hanno proposto dei sistemi per calcolare il valore della produzione familiare, ovvero ciò che la famiglia produce per autosostenersi, invece di acquistarlo o produrlo per il mercato (dai lavori domestici, a quelli per la casa, all’autoproduzione di beni). A conti fatti, la famiglia italiana porta via al mercato una buona fetta di ricchezza: se a quello “ufficiale” si aggiunge quello, privo di valore sul mercato, dedicato alla famiglia, il nostro prodotto giornaliero aumenterebbe almeno del 99,9%.

Verso la womenomics
In chiave femminile, questa è un’ulteriore argomentazione a sostegno della tesi che l’aumento dell’occupazione femminile non risponde più solo a un criterio di equità: risponde soprattutto a un criterio di efficienza economica. Kathy Matsui, analista della nota banca d’affari Goldman-Sachs, fu la prima a dimostrare, in uno studio del 1999, la correlazione tra scarsa partecipazione femminile al lavoro, bassa natalità e forte ristagno economico. Ripresa dall’Economist nel 2006, oggi questa tesi porta il nome di womenomics (women + economics) e vanta, anche in Italia, numerose pubblicazioni. Il tema generale è come modificare il modello economico in modo da sfruttare di più il capitale umano rappresentato dalle donne. Che, da parte loro, stanno mostrando di essere disposte a pagare anche a caro prezzo il loro contributo all’economia: in Italia, dove possiedono il 55% delle lauree, le trentenni che hanno già formato un’unione di coppia sono scese dal 65% degli anni Novanta al 25% del 2009 e l’età media alla nascita del primo (e per molte unico) figlio ha superato i 30 anni, una delle più alte d’Europa. Un prezzo che le donne stanno pagando nonostante un’incidenza del precariato sulla popolazione femminile (20%) doppia rispetto a quella maschile e una presenza nei consigli di amministrazione ferma al 5,9% (4% se si escludono le donne che non provengono dalla famiglia proprietaria). Un impegno che, se non un posto da dirigente, val bene un asilo nido.



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